Gredase's Blog


MATRIMONI GAY: RAGIONI DA VENDERE

MATRIMONI GAY: RAGIONI DA VENDERE

A breve la Corte costituzionale si pronuncerà in merito alla possibilità dei matrimoni omosessuali.

Cosa si chiede alla Corte?

Si chiede che pronunzi una sentenza additiva nella parte in cui la legge sul matrimonio non prevede che anche persone dello stesso sesso possano sposarsi. Gli effetti sono chiari: i gay potranno sposarsi con tutto quel che ne consegue in ordine ai diritti patrimoniali, alle successioni mortis causa, alla assistenza sanitaria, materia bancaria, comunione di bene, divorzio, impresa a conduzione familiare (ove sussistano dubbi), attenuanti e scriminanti penali, obblighi agli alimenti, adozioni, graduatorie varie (case popolari etc.), congedi etc. etc. etc.

Tale sentenza direbbe che è OBBLIGATORIO che i gay possano sposarsi fra loro, e che è AUTOMATICAMENTE possono farlo.

Su cosa si basa una interpretazione negativa?

Vi sono vari motivi per interpretare il testo costituzionale in maniera contraria a quella di un riconoscimento delle unioni omosessuali:

LETTERALE: l’art.29 è un filtro che esclude il riconoscimento dei diritti di tutte le famiglie. Tutela, infatti, solo quella fondata sul matrimonio. Dunque la Costituzione riconosce la pluralità delle famiglie, ma ne salvaguarda solo una, insomma DISCRIMINA. A questo punto sarebbe inutile richiamare l’art.3 di cui l’art.29 si configrerebbe come una deroga espressa, o forse una attuazione specifica dell’art.2. Inoltre, riferendosi ai figli naturali nati fuori dal matrimonio, impone la loro tutela salvo che questa non leda i diritti della famiglia legittima, ne emerge chiaramente che la famiglia legittima è tutelata come comunità, i figli naturali come individui. La famiglia legittima sarebbe tutelata anche contro i diritti fondamentali dell’individuo, in questo caso il figlio naturalle, che troverebbero in essa un limite alla loro totale estrinsecazione.

STORICA: si capisce bene a che tipo di famiglia il costituente si riferisse prevedendone la tutela, di sicuro ne è esclusa quella omosessuale.

COMPARATA: non esiste nel diritto internazionale una definizione univoca di famiglia, la maggior parte di stati non tutela la famiglia omosessuale, se anche lla tutela o non la chiama famiglia o fornisce garanzie inferiori. Si può dire che da una analisi comparata, anche solo dei paesi occidentali, non emerge un tipo definito di famiglia e se emerge non v’è una equiparazione fra la eterosessuale e la omosessuale. Si potrebbe dire che i paesi aderenti al Patto per i diritti civili del ’66 comunicano periodicamente le loro “definizioni” di famiglia o che nessuno interpreta la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo come riferita anche alle famigilie gay. In particolare in Europa non esiste uguaglianza fra istituti etero e omosessuali in una parte cospicua degli stati (i PACS non sono matrimoni). Dunque non esiste un orientamento definito e definitivo su cosa si intenda per famiglia in sede internazionale, mancando tale criterio la Corte non potrà usarlo nella sua decisione.

FUNZIONALE: la famiglia sarebbe tutelata per garantire il proseguimento della società, avrebbe dunque una funzione pubblica, in una ottica di sussidiarietà lo Stato si impegna a non ingerirsi nella sua gestione e solidaristicamente però offre una serie di aiuti volti a migliorare la condizione della famiglia stessa. La ratio della norma sarebbe la SCELTA di un MODELLO di famiglia da tutela in vista di un FINE SOCIALE.

Queste sono alcune scarne motivazioni per cui la Corte potrebbe pronunciarsi negativamente. A favore l’argomento usato è quello per cui la concezione di famiglia è mutata: se prima la tutela era volta ad essa come formazione sociale anche in vista della sua funzione pubblica, oggi tale funzione pubblica è sostanzialmente ignorata e la famiglia è considerata nella sua sola dimensione privata.

Occore identificare una funzione in vista della quale la famiglia è tutelata dal nostro ordinamento.

Tale NUOVA funzione andrebbe intesa in relazione all’art.2 Cost. ovvero la famiglia è una formazione sociale in cui si attua la personalità, ma se vi si attua la personalità escludere che alcuni possano contrarre matrimonio (o meglio restringendo la loro scelta a individui di un altro sesso -i gay possono già oggi sposarsi ma essendo il tipo matrimoniale indisponibile possono farlo solo con qualcuno di sesso opposto cosa che non vogliono-) è negare il diritto fondamentale della autorealizzazione. La violazione dell’art.2 andrebbe di pari passo con quella dell’art.3, infatti si avrebbe una violazione dell’uguaglianza: un etero può realizzarsi nella famiglia un gay no. A nulla varrebbe il rilevare che l’art.3 può essere inteso anche come norma sostanziale: le differenze imposte secondo questa strada dovrebbero essere comunque dimostrate come necessarie ad evitare un danno per la collettività. Occorre che vi sia proporzionalità tra il danno ipotizzato e gli strumenti atti ad evitarlo. Siccome c’è sproporzione tra danno (minimo), non si sa nemmeno se esisterebbe, e tutela del diritto, che è negato ai gay, allora la norma che non prevede il matrimonio gay è incostituzionale. L’art.29 in questa lettura configurerebbe un vero e proprio diritto al matrimonio per gli omosessuali.

Queste a grandissime linee le ragioni degli uni e degli altri che riflettono visioni di fondo distantissime: la prima è quella di uno Stato sociale comunque intervetista e che si pone dei fini di tutela della società oltre che dei diritti degli individui, l’altra è tipicamente neoliberale e soggettivista. Non è un caso che dilemmi analoghi vanno vieppiù vanzandosi in questa fase di crisi dello Stato sociale.



TRANS, GAY E CARDINALI

Dopo la foto ricordo di .S.E. Card. Bagnasco fra suore e trans a Genova pare che qualcosa dentro la Chiesa si stia muovendo. In realtà il movimento era iniziato da molto e solo alcuni anriclericali oltranzisti non se ne sono accorti. Già Ruini era parso possibilista in materia di riconoscimento civile delle unioni gay, a patto che, non si operasse una equiparazione al matrimonio civile. Le posizioni della Chiesa sono basate oltre che sulla Scrittura anche su profonde convinzioni antropologiche e credenze sociologiche tuttora maggioritarie nel nostro Paese e nel mondo. L’idea centrale è che la sessualità sia un momento qualificante nella vita di un uomo e che attorno ad essa si organizzino gran parte delle sue relazioni sociali per cui la sessualità non può essere considerata socialmente irrilevante. La banalizzazione della sessualità, sia omo che etero, è il tema contro cui la Chiesa lotta e per cui spesso è criticata (vedi gli attacchi circa la posizione riguardo AIDS  e preservativi). Non è un caso che la vecchia dottrina parlasse dell’omosessualità come uno dei peccati che grida vendetta al cospetto di Dio, proprio per le sue immancabili ricadute sociali; l’omosessuale non danneggia solo chi compie il peccato ma tutta la società. Per fare una similitudine, sottilinio una similitudine non una equiparazione, è una sorta di crimine contro l’umanità in tema di peccato. Così il sottopagare i lavoratori o tenerli in uno stato di precarietà ingiustificata è un altro peccato che grida(va?) vendetta al cospetto di Dio proprio perchè non lede solo il lavoratore ma pregiudica tutti i rapporti sociali. Esposta la dottrina, anche un po’ vecchia, della Chiesa torniamo all’attualità.

E così la Curia torinese ribadisce le posizioni ruiniane: nessun divieto a trovare delle categorie giuridiche per le unioni gay.

Si legga la nota redatta in opposizione all’atteggiamento del sindaco Chiamparino durante il rito simbolico di due donne omosessuali che hanno decisio di rendere pubblica la loro unione.

L’Ufficio culurale per la Famiglia dell’Arcidiocesi di Torino spiega:

“Riteniamo sia scorretto pensare l’amore omossessuale in perfetta analogia con l’amore eterosessuale: conosciamo quest’ultimo, dobbiamo forse trovare delle categorie adeguate e rispettose della dignità umana per il primo, ma avendo l’onestà di fare le debite distinzioni.”

E’ palese l’ammissione della necessità di una ricerca volta alla regolamentazione delle unioni omosessuali, regolamentazione che dovrebbe riguardarle in maniera specifica e diretta in ossequio alle esigenze proprie delle famiglie omosessuali.

L’Ufficio pastorale infatti ribadisce che anche le unioni gay sono famiglia:

“La Chiesa non ignora che oggi si assiste ad un fenomeno di pluralizzazione dei significati di famiglia, né ignora la realtà delle persone omossessuali che si battono per una parità di diritti come cittadini”

anche se continua, per le indubbie facoltà della famiglia eterosessuale, tra cui quella di perpetuare l’umanità stessa e riconoscendola come migliore forma organizzativa della vita associata, a ritenere che:

“la famiglia tradizionale fondata sul matrimonio, pur in tempi di epocali cambiamenti, costituisce il nesso fondamentale tra individuo umano e società”.

Ricorda inoltre una verità che era nota a tutti fino a non molto tempo fa ovvero che per una società giusta occorre che la legge faccia, a volte, differenze. Hugo ce l’ha insegnato coi Miserabili: rubare per fame non è ugule a rubare per sfizio, la legislazione sociale contenuta nella nostra Costituzione, la tassazione progressiva (per dirne una)  ce lo testimonia:

“Distinguere e differenziare è il presupposto della costruzione di una civiltà che sia degna di questo nome e non necessariamente sinonimo di ingiusta discriminazione” ed è in realtà il senso dell’art.3 Cost. laddove si riferisce alla ugualianza sostanziale,

per cui:

“alla Chiesa appare semplicistico e fuorviante parlare di nozze o matrimonio omossessuali senza per questo voler avallare alcuna tesi apertamente o velatamente discriminatoria”.

Successivamente il Sindaco si è dimostrato più a vicino alle posisioni della Chiesa che a quella dei “gay” (in realtà sono pochi i gay a pretendere il matrimonio) sostenendo che lui non è per una equiparazione ma per una regolamentazione delle Unioni Civili differente dal matrimonio civile.

Ho evitato di approfondire e discutere le varie posizioni dato che i disocorsi lunghi e le opinioni altrui non piacciono ai più, anzi a volte noto un fastidio per chi coltiva il vizio del pensiero (senza che io abbia la pretesa che pensare sia sinonimo di infallibilità).



POLVERONE POLVERINI, POVERINI!!

<<Incapaci!>> tuonò Rotondi e la eco rimbombò con Piso: <<Il rispetto bisogna guadagnarselo>>

La mancata ammissione del logo e l’esclusione dalle liste elettorali, dovute a un ritardo nella consegna della documentazione necessaria, fa risuonare su Roma roboanti motti popolusti inneggianti alla difesa della democrazia. Ci si sarebbe potuti aspettare una reazione adeguata, una assunzione di responsabilità, una maturità politica. Invece, la candidata del PDL alla presidenza della regione Lazio, non contenta del ricorso alla Corte d’Appello presentato stamane, si appella con Alemanno, al Presidente della Repubblica; forse credono (Ignoranti!!!) che possa far finta che le leggi non esistano, forse che possa tirar fuori dal suo cappello da sciamano qualche soluzione…

La verità la sa bene la signora Polverini: i ricorsi difficilmente potranno esser vinti senza avvalersi di un escamotage. Sapendo di aver torto, e torto fino al midollo, si appellano di qua e di là, si appellano affinchè il Presidente legittimi un illecito. Ridicoli!

Liquido subito il succo della questione: loro,  PDL, hanno un unico argomento: “siccome siamo un grande partito, abbiamo il diritto di partecipare; se non partecipassimo sarebbe lesa la democrazia”. Ebbene, considerando che esiste ugualmente una lista civica (della Polverini stessa) che gli elettori del PDL potranno votare, sostenuta tra l’altro anche dall’UDC, per cui la possibilità di scegliere tra i due schieramenti resta (non erano loro con Veltroni quelli che volevano la scomparsa dei piccoli partiti e il bipartitismo?), che cavolo significa un simile discorso? Semplicemente che siccome loro sono più forti hanno più diritti, e gli altri che son deboli devono averne di meno. Sembra che i diritti politici siano diventati direttamente proporzionali al fattore numerico dei partiti!! Se avessi avuto un qualche dubbio se votarli o meno, un tale discorso me lo avrebbe immediatamente fatto passare.

Se io fossi un elettore dubbioso non permetterei mai che a governarmi fosse un incapace di tal fatta, certo non l’ex UGL direttamente, ma quelli che ha intorno, o comunque i candidati alla provincia di Roma; se fino ad ora avessi conservato un minimo dubbio, adesso voteri la Bonino. Per carità, idee opposte, ma almeno sa quel che vuol fare. Invece di là litigano senza nemmeno essere in grado di portare un foglio in Tribunale!

Tra l’altro la Polverini, che invece di chiedere scusa ai cittadini a nome dello schieramento che rappresenta, scuse dovute per la mancata ammissione della lista, manifesta chiaramente una scarsa cultura politica e uno scarso rispetto delle Istituzioni cosa sconcertante se a farlo è un  (futuro) Presidente di regione.

Un solo motto: IL PRESSAPPOCHISMO AL GOVERNO!

Viene anche da chiedersi se alle  politiche le liste le decide il “capo”, nominando coloro che poi saranno eletti, proprio perchè conosce l’incompetenza dei suoi; del resto localmente non riescono neppure a scegliere un candidato alla provincia, come potrebbero scegliere un Senatore?

La signora Polverini se la piglia coi radicali: “non pensavo che loro avrebbero sostenuto le ragioni della burocrazia contro quelle della democrazia”. Qualcuno le spieghi che la democrazia è anche regole, qualcuno le faccia notare che io non posso presentare la mia lista quando mi pare, se non lo posso fare io perchè dovrebbe poterlo fare lei? Regole nemiche della democrazia…

Sono le stesse regole che tutelano l’uguaglianza fra i cittadini e fra le formazioni sociali, non sono regole stupide, sono principi. D’altra parte se il tuo lavoro è quello di fare il politico e non riesci nemmeno a rispettare una scadenza, forse è meglio che tu non sia eletto.

Non si capisce proprio perchè se ho uno scoperto in banca devo pagare, se non faccio domanda nei tempi dovuti perdo i miei diritti, e conseguentemente non vengo assunto o non beneficio di premi, se interviene la prescrizione non posso pretendere di avere giustizia e, invece, se loro presentano le liste oltre ai termini – ed è penoso che un partito come il PDL  in una provincia come quella di Roma non riesca a raccogliere le firme e non le presenti giorni prima della scadenza dei termini – non debbano accettare come tutti l’esclusione. Non si capisce perchè il partito di zio Pino debba essere ligio, debba spaccarsi la schiena per trovare le firme e i candidati (in certe regioni ci son regole decisamente discutibili), mentre il grande partito possa fare quel che vuole con l’arrogante convinzione che fa accapponare la pelle di poter calpestare la legge e di essere al di sopra di tutto e,  anzi, abbia il “democratico” coraggio di pretendere che per lui la legge sia diversa. Perchè il cittadino, il partito piccolo e tutti gli altri devono rispettare le regole e loro no? Che democrazia, che stato di diritto sarebbe? Mi sfugge.

I cittadini del PDL non potranno votare? Bene, o male, non possono prendersela con lo Stato o la burocrazia. La burocrazia è uguale per tutti, perchè al PDL dovrebbero esser fatti sconti?. Se la prendano con quelli che hanno eletto, che hanno scelto, perchè sono incompetenti. Eppure c’è chi dice che tutto questo sia una cosa studiata e montata ad hoc per colpa di liti interne. Per delle liti interne possono derogarsi le leggi? Pura follia. Non resta che compatirli.



IL PD è MORTO, VIVA IL PD!

Torno a parlare di un argomento di cui ho già trattato, ma c’è una novità, o meglio, una conferma a certe mie idee.

Paola Binetti ha lasciato il PD, qualcuno, come Gentiloni, si dice dispiaciuto per l’impoverimento del partito.
Ha fatto bene la Senatrice ad andarsene?
Bersani come ha reagito? Quali sono oggi le prospettive del PD?

Partiamo da Bersani. Dichiara che il PD è un partito in costruzione, ma che a un certo punto una sintesi politica deve avvenire: partito pluralista non vuol dire partito senza programma, non vuol dire che ogni suo membro può avere un programma proprio diverso da quello del partito. Le opinioni diverse fortificano, arricchiscono, ma se nessuno è in grado di farle stare insieme o stabilire un limite oltre al quale non si può andare non è ben chiaro se si voglia costruire un nuovo partito oppure creare un circolo di vecchietti che discutono al bar giocando a chi la spara più grossa. Da questo punto di vista Bersani ha funzionato: ha allontanato certi dissidenti interni, vedi Rutelli o, appunto, Binetti. Per adesso questo è il solo merito di Bersani, ma almeno adesso si intravedono i solchi entro cui costruire il PD. Sostanzialmente però questo comporta semplicemente l’incorporazione della ex margherita nei DS, non si ha un nuovo partito, si hanno i DS in cui sono confluiti gli ex popolari. La vittoria pratica del PD, il suo delinearsi come partito, è la sua sconfitta politica, il progetto che lo vide nascere non esiste più.

Poi c’è la Binetti. A quanto pare una guastafeste: era per colpa sua, secondo le opinioni di alcuni, che il PD non pigliava voti. La gente di sinistra non avrebbe mai votato un partito con dentro una persona con certe idee. Il punto è che il PD avrebbe dovuto essere la fusione di un partito con le idee della Binetti con un altro partito con le idee di Bersani. Rifiutare di votare la Binetti era rigettare l’idea di PD, questa cosa i geni ideatori del partito democratico l’hanno capita con anni di ritardo, oppure avendola capita avevano preferito perdere le elezioni in vista della realizzazione di un progetto che oggi invece è fallito. La Senatrice del resto aveva sempre sostenuto e votato, con una assiduità maggiore di altri esponenti del PD, gli emendamenti e le proposte del partito, ma non le poteva essere perdonata quella irriducibile voglia di libertà di coscienza su questioni eticamente calde. La sua opinione, minoritaria, era comunque l’opinione di una parte dell’ex margherita, adesso l’opinione di quegli elettori che votarono PD non è più rappresentata nel partito democratico, l’opinione di quegli elettori è muta. Poco male. O molto male. Il male consiste nel fatto che se tu candidi una certa persona conoscendone le idee, ed il sistema elettorale attuale può benissimo consentirti di scegliere chi candidare, significa che vuoi che quelle idee trovino posto nel tuo partito. Non puoi, dopo aver fatto degli accordi, rimangiarti la parola data. Questo ha fatto il PD, ha promesso ma non ha mantenuto, o ha mantenuto solo le promesse fatte ai radicali.
Tuttavia la Binetti ha sbagliato ad andarsene adesso: non ce n’era motivo, non è successo nulla di significativo. La Bonino candidata in Lazio? È del tutto normale, la Bonino è stata ministro nell’ultimo governo di centro sinistra, è un personaggio di spicco. Certo non son state fatte le primarie, ma si sa: le primarie sono uno specchietto per le allodole si fanno quando già si sa chi deve vincere e solo se possono essere ben pilotate.

Le prospettive per il PD. Sarebbe da ripetere quanto già detto. Il PD, che si proponeva di superare le distanze tra laici e cattolici, che si proponeva di andare oltre certi schemi arcaici, che si proponeva di essere qualcosa di nuovo, che si presentava con la vocazione veltroniana di essere l’unico partito della sinistra cannibalizzando tutti gli altri non esiste più. È sotto gli occhi di tutti che il PD è finito, ne resta il nome ma niente dell’anima. Il PD è una riproposizione dei DS e che raccoglie gli stessi voti che avevano i DS.



SPAGNA: I GAY IN ITALIA NON SONO DISCRIMINATI

L’ambasciatore spagnolo in Italia respingendo la richiesta di asilo avanzata da Francesco Zanardi, ha detto:

“abbiamo ricevuto almeno una trentina di mail di altre coppie gay italiane che ci hanno chiesto asilo politico prendiamo molto sul serio questa vicenda ma, ripeto, non possiamo concedere alcun asilo perche’ NON RITENIAMO CHE IN ITALIA VI SIANO ATTEGGIAMENTI DISCRIMINATORI contro i gay. Ogni paese europeo ha la sua legislazione in materia, non entro nel merito di quella italiana ma posso dire che NON RITENIAMO VI SIANO I PRESUPPOSTI PER DEFINIRLA DISCRIMINATORIA”

la cosa è molto interessante anche sotto un’altra prospettiva: la Corte costituzionale deciderà a breve se il matrimonio omosessuale è ammesso dalla Costituzione o meno.

la risposta dell’ambasciatore spagnolo chiarisce la posizione internazionale della spagna circa l’interpretazione dell’art.16 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che nel ricorso alla corte costituzionale è assunto come violato e circa la interpretazione della spagna delle direttive europee contro la discriminazione.
la risposta dell’amabsciatore rafforza, se ce ne fosse bisogno, la tesi per cui il matrimonio omosessuale non è previsto dalla legislazione pattizia internazionale per cui l’Italia non dovrebbe adeguarvisi.

a questo punto si rinnovano i dubbi circa l’operazione avanzata dalla rete lenford e da certi diritti che potrebbe, sempre più certamente, condurre alla sentenza della Corte che esclude la legittimità costituzionale dei matrimoni omosessuali, cioè la Corte costituzionale, rafforzata dall’interpretazione spagnola della legislazione internazionale, vieterà il matrimonio gay.



BERLUSCONI E GLI STRUZZI
21/12/2009, 04:05
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chi sia berlusconi noi tutti lo sappiamo, chi siano gli struzzi è presto detto. si aggira per la rete l’idea che il cavaliere sia mandante e vittima del suo male, o peggio lo abbia messo in scena da attore provetto.
ci sono siti in cui ci si meraviglia e ci si interroga sul perchè avesse un fazzoletto… come se avere un fazzoletto per un vecchio, perchè berlusconi è vecchio, in pieno dicembre fosse una stranezza… e via infitite ricostruzioni fantasiose, non si capisce perchè. dopo tutto quante volte gli era stato augurato, promesso, giurato odio eterno? quell’odio eterno che passa sopra tutte le regole di civiltà e ci ripiomba nella barbarie?
e allora perchè negare i fatti?
la verità è chiara: berlusconi è stato violentemente aggredito e su questo fatto nessuno può avere opinioni. contra facta non valent argumenta.

chi sminuisce, chi nega, chi imputa alla vittima di essere l’artefice di un complotto, a mio avviso, semplicemente non si capacita di come berlusconi sia così vulnerabile e meno “onnipotente” di come lo si descrive, non capisce come un nemico così inarrivabile possa essere annientato dal gesto di un ANONIMO FOLLE, là dove non potè scalfari e tutti i suoi alambicchi della ragione ebbe spazio la follia. pochi, molti meno di quanti gliel’auguravano, vogliono essere coinvolti moralmente in questo atto, eppure tutti quelli che ci speravano dovrebbero essere soddisfatti. eppure negano: struzzi.

perchè?

non c’è via più facile per evitare di sentirsi colpevoli, perchè moralmente solidali con l’aggressore, che negare l’aggressione stessa. senza aggressione chi mai potrebbe esserne il colpevole? dare la colpa al cav. di quanto accaduto libera dai sensi di colpa coloro che gli hanno augurato del male.
anzi, berlusconi ne esce ancora più diabolico, ancora più meschino: s’è inventato tutto, è lui che continua a mentire!
ma la verità ha il colore del sangue, la verità è passata davanti ai nostri occhi e nessuno può seriamente dubitare di quel che ha visto.

per il resto io credo che se un uomo si sottrae alla giustizia costituita, dall’ordine posto dallo Stato poi non si dovrebbe meravigliare che, sebbene sbagliando, qualcuno cerchi di farsi giustizia da solo. da bambino facevo così: se mio fratello, a mio avviso, mi faceva un torto io mi vendicavo, i miei genitori dicevano che così facendo passavo dalla parte del torto, del resto era proprio perchè i miei genitori non intervenivano che mi trasformavo in giustiziere. identicamente è accaduto in questo caso.
la vendetta ha ripreso il suo posto, la vendetta ha riempito lo spazio vuoto lasciato dalla giustizia troppe volte imbavagliata. eppure quello che è successo a berlusconi è tremendamente ingiusto, tremendamente barbaro, tremendamente pericoloso.
noi uomini millenni fa abbiamo fatto un patto con la natura: trasgredire tutte le sue regole, non possiamo darla vinta all’animale che è in noi liberando il laccio della vendetta. noi vogliamo regole, regole anche per berlusconi, noi ci vendichiamo del fatto che berlusconi non obbedisca alle regole, non possiamo infrangere quelle leggi nemmeno per volerle salvare. a che cosa serve una regola che non vale nel momento del bisogno?



L’ISLAM IN CLASSE.

 

 

362900dbdb88d1e4Oltre alle polemiche sterili c’è un motivo per cui l’ora di religione islamica in Italia non è possibile?

Basterebbe, ed è preoccupante che il Presidente della Camera o D’Alema non lo sappiano, conoscere l’opinione espressa in sentenze della Corte costituzionale e da quella di cassazione per cui l’ora di religione cattolica non è una materia alternativa, cioè non esprime una scelta fra una o più opzioni, ma è facoltativa, cioè si può scegliere se avvalersene o no. Anche le materie che passano sotto il nome di “alternative” non lo sono in senso proprio essendo a loro volta facoltative resta infatti la possibilità di nonavvalersi di nessun insegnamento; la scuola può proporre un insegnamento diverso ma sempre non obbligatorio. Le sentenze di quest’estate, sull’esclusione degli insegnanti di religione dagli scrutini e sulla non computabilità di quell’insegnamento ai fini dell’attribuzione dei  crediti scolastici, confermano che quell’ora, non essendo obbligatoria, è facoltativa e non alternativa da questo appare abbastanza evidente che un’ora di religione islamica alternativa non è pensabile dato che anch’essa dovrebbe avere il requisito della facoltatività.

Quindi certamente le scuole, nella loro autonomia, possono scegliere di organizzare corsi di religione alternativi, ma questi non possono essere imposti come alternativi all’ora di religione cattolica appunto perché quest’ora è facoltativa e non alternativa (cioè si può scegliere se farla o no, ma non si può, per legge, imporre una alternativa obbligatoria difatti i corsi alternativi sono proposti, non imposti dalle scuole e non dalla legge). In realtà anche questa possibilità è difficilmente attuabile e proseguendo si capirà perché.

L’ulteriore problema a questo punto è perché la Chiesa cattolica può accordarsi con lo Stato per insegnare nella scuola la sua dottrina, in conformità a determinati parametri, mentre gli islamici non possono? La risposta è arcinota, ma forse non sono chiarissimi tutti i presupposti di essa: gli islamici non hanno un’Intesa cioè un accordo, con lo Stato.

Si potrebbe ben dire che lo Stato potrebbe, indipendentemente da un accordo,3dbf2b0e30d89c10 insegnare questa religione in ossequio a suoi principi di uguaglianza che gli impongono di trattare allo stesso le modo le diverse credenze. Questa considerazione è contraddetta dagli artt.7 ed 8 della Costituzione che impone che i rapporti fra religioni e Stato vengano regolati da Intese. Insegnare religione senza l’accordo con le istituzioni religiose è ostacolato da questa previsione costituzionale.

La situazione attuale è che tre organizzazioni islamiche rivendicano il diritto di rappresentare ognuna  tutti i musulmani al fine della stipulazione di un’Intesa ed ognuna nega che l’altra possa rappresentarli TUTTI. Lo Stato potrebbe scegliere una sola di queste organizzazioni per stipularci un’intesa?

No. Non potrebbe semplicemente perché questa scelta comporterebbe da parte dello Stato attribuire ad una parte la rappresentanza di tutti e la verifica da parte dello Stato di quale delle organizzazioni pratica più correttamente la teologia islamica, ma uno Stato laico non può ingerirsi in questioni teologiche addirittura stabilendo quale è l’ortodossia di una religione penalizzando le “eresie” a livello economico e sociale. Scegliere una di queste organizzazioni sarebbe creare una versione di Stato dell’Islam con pregiudizio alla libertà di religione, violando tutte le disposizioni costituzionali in materia.

Se questa scelta non può farla lo Stato a maggior ragione non può certo compierla il dirigente scolastico istituendo a piacimento un’ora di religione secondo i parametri che egli stabilisce, la religione islamica non può essere decisa, nei suoi contenuti e nelle sue forme né nelle modalità di insegnamento, da un preside. Chi deve decidere sono i musulmani, se nemmeno loro riescono a scegliere quale è la loro religione, od almeno quali gli elementi essenziali e comuni alle varie anime di quel fenomeno religioso, questa scelta non può essere fatta da alcun altro, lo Stato non può imporre ad un musulmano sciita un altro credo configurandolo quale l’unico autentico o l’unico col diritto ad essere considerato. Insegnare religione islamica senza un accordo coi musulmani è un’imposizione incostituzionale.

Quindi non perché l’Islam non fa parte della nostra cultura non può essere insegnato nelle nostre scuola, con un simile ragionamento manco l’inglese potrebbe essere insegnato perché nemmeno l’inglese è parte della cultura italiana, ma perché non si sa quale Islam insegnare, né come.



IL PD ALLA SVOLTA

Ben presto sarà il tempo di votare. Qualcosa voteremo, per carità.

Però c’è da riflettere, non tanto sui candidati, ma su quello che il Pd voleva essere ed invece è diventato e, probabilmente, diventerà.

Cos’era, o voleva essere, questo nuovo esperimento?

Voleva uscire dalle logiche antiche di contrapposizione fra guelfi e ghibellini, superare l’anticlericalismo, ed il clericalismo, in cui naque lo Stato italiano e che si perpetuò fino alle forme a noi note per così dire di don Camillo e Peppone. Questo lo scopo: farci uscire dal medio evo, mica un compito da poco si erano scelti.

Se però si vuole cambiare il criterio di aggregazione dei partiti, passando dalla dilettica clericale-anticllogo[2]ericale ad una più adeguata ai tempi, serve per forza un’idea altrettanto potente.

Quali sono gli strumenti che adesso si son trovati?

Le primarie come metodo di selezione della classe dirigente. Apparentemente un ottimo metodo, ma presentano qualche inconveniente.

Se il Pd è la risultante della fusione fra Ds e Margherita, all’incirca una porzioane della DC, e se le proporzioni sono di 2/3 a 1/3 è ben chiaro che un metodo puramente democratico porta per forza ad una vittoria e ad una preponderanza degli ex PCI nel determinare la linea del nuovo partito. Eppure se così fosse questo Pd con il pacchetto di maggioranza del 60% nelle mani degli ex Ds sarebbe semplicemente una annessione degli ex DC i quali sarebbero costretti ad adeguarsi alle scelte presea maggioranza e di cui loro costituirebbero una perenne minoranza. E’ del tutto evidente che se ad ogni scelta si procedesse col metodo della votazione solo i Ds vincerebbero, ma a quel punto solo dei pazzi resterebbero lì a far da servi muti.

Fino ad oggi questo scenario è stato evitato proprio perchè consapevoli che una decisione a maggioranza avrebbe comportato, necessariamente, la soppressione di una delle due anime del partito, con la conseguenza di un crollo dei consensi e di fatto la fine del progetto democratico che si sarebbe semplicemnte risolto nell’ennessimo cambiamento di nome degli ex PCI e in un esodo in massa dei democristiani.

Ed eccoci ai giorni nostri cioè al dramma che si sta consumando nel Pd: si cerca di nascondere l’assenza di idee con un’ubriacatura di democrazia come se un metodo, la democrazia, potesse sostituire un sistema di valori. Uno specchietto per le allodole: le primarie non risolveranno un problema, uno, della società italiana, e nemmeno risolveranno i problemi del Pd. Basta guardare alla storia e vedere che semmai le primarie, quelle di Veltroni, hanno acuito la crisi della sinistra e distrutto totalmente la credibilità del leader.  La cosa si spiega molto semplicemente dato che alle primarie partecipano meno di un terzo degli elettori del partito, è difficile che la scelta di “pochi” poi possa essere condivisa dai molti e di fatto alle elezioni i politici scelti con le primarie perdono o prendono meno voti di quelli che prenderebbe un altro candidato. Si può certo dire che questo metodo ha funzionato, a Firenze,  ma a parte il constatare che i partitti di destra si sono anche loro affermati in quella realtà, e cosniderato pure la aprticolarità delle amministrative fiorentine, c’è da notare che il Sindaco non è altro che un democristiano che come primo atto è andato a rendere omaggio ad uno dei padri nobili della DC come La Pira quindi sembra che le primarie funzionino solo laddove a vincere siano dei democristiani (ad esempio Prodi) ma sono disastrose se vince un ex Ds (ad esempio Veltroni). Oggi certo, rispetto alle prrimarie che videro trionfare Veltroni, ci son delle differenze, ma il meccanismo è sempre quello: si cerca di aggregare i consensi con due strumenti: quello del metodo per cui se la gente partecipa alle primarie allora in qualche modo inizierà a partecipare anche alla vita di partito e quello della personalità del Capo, ma è evidente che se Bersani o Franceschini o Marino avessero tutto questo carisma nemmeno servirebbero le elezioni. Cercare di creare nella mente della gente questa personalità tramite un voto è pura fantasia. Infatti, chiunque vincesse, il giorno dopo si troverebbe a dover ricucire i rapporti con i sostenitori degli altri candidati, a dover nuovamente mediare non con degli uomini ma con degli apparati elettorali personalisti dotati di forza propria. Soprattutto queste considerazioni varrebbero nel caso in cui nessun candidato otenesse una maggioranza schiacchiante nei confronti degli altri, quando cioè si riproponessero le divisioni percentualistiche che esistevano ai tempi precedenti la fusione: le primarie non farebbero altro che fotografare che nonostante i tentativi non esiste un aprtito ma due, insomma ci restituisce l’immagine dello status quo. In queste condizioni come potrebbe un segretario minoritario avere la forza di aggregare attorno a sè le forze centrifughe del partito? Se Bersani vincesse col 48% come potrebbe proporsi quale forza centripeta se il 52% del partito non l’ha voluto come segretario?

Questo modo di fare è del tutto folle.

Da quello che ho scritto mi pare evidente che si sia perso di vista il motivo per cui nacque il Pd, uscire dal medio evo, adesso si discute semplicemente del fatto per cui essere coerentemente cattolici è compatibile con l’appartenere a quel partito, adesso il caso è la Binetti e Rutelli e molti altri: è la fine del Pd. Non serve a nulla la novità, non serve il personaggio uscito dal cappello, non serve senza un progetto credibile e votato ben più che a maggioranza.

Facciamo due conti per vedere quale prospettive si potrebbero aprire in Italia se la cacciata di Binetti & co. avvenisse, se davvero invece di uscire dal medio evo questo nuovo Pd non fosse altro che una ripetizione di logiche arcaichee, una nullificazione di quell’ottica pluralistica in cui si dice fosse nato il Pd.

Se il 5% uscisse dal Pd e si aggregasse all’UDC, se il Pdl dopo gli scandali sessuali perdesse un 3-4% sarebbe ben chiaro che il partito di Casini avrebbe tutte le possibilità di raggiungere il 15%. Con questo scenario sarebbe lampante che il Centro sinistra non potrebbe vincere le elezioni nemmeno tra 20 anni.

E’ dunque necessario per il partito democratico riflettere bene se è opportuno scegliere a maggioranza quella che sarà la linea politica di tutti o, se tutti devono sostenere una causa, forse sarebbe opportuno trovare una via diversa.

La sicura volta a sinistra del Pd, ammesso che comporti un aumento di consensi, lo relegherà decisamentte in un angolo della politica col rischio di una ricomposizione seria di un partito democristiano con prospettive di governo; una cosa è certa nemmeno il PCI aveva i voti per governare da solo, figurarsi un parito medio-piccolo come il Pd. Questo deve decidere il Pd, non un segretario, ma l’assetto del sistema politico italiano.



VIVA L’INDULTO!
27/08/2009, 09:45
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carcere3[1]9f327fe68272c262[1]A leggersi un titolo così qualcuno penserà che abbia qualche parente delinquente e per questo ami l’indulto. O forse qualcuno dirà che son uno di quei facinorosi che in altri tempi, e forse ancora oggi, gridavano: “bello come una prigione che brucia!”, no mi spiace non son di quella tempra.

Nulla di tutto ciò, è la scienza che mi fa esser contento, è la mia amica statistica che mi dà nuovamente ragione.

In Italia vari demagoghi piuttosto ignoranti, almeno in materia, hanno attaccato l’indulto. Lasciamo perdere Di Pietro che per deformazione professionale non può che essere contrario alla clemenza, lasciamo perdere Grillo, nomen omen, che salta, su ogni tema da vero populista, ma anche esimi politici come Castelli e Calderoli e la stampa giacobina, pure qua non c’è da sorprendersi considerato che la Rivoluzione francese fu promossa da un manipolo di avvocati, hanno assalito la carovana della lungimiranza politica, hanno definito l’indulto premio per i delinquenti, un insulto per le persone per bene, hanno creato e gestito anche a fini elettorali un allarme sociale del tutto ingiustificato.

Ingiustamente i giornali italiani hanno accusato il Ministro Mastella, ingiustamente hanno accusato la maggioranza di governo e la collaborazione dell’opposizione in questo provvedimento di clemenza, ingiustamente li hanno accusati per una delle poche cose davvero giuste e quasi doverose in uno stato liberale.

Intendiamoci: non che proclamare un indulto sia obbligatorio per uno stato liberale, ma porre fine ad un problema, come la disumanizzazione delle carceri, l’offesa alla dignità umana perpetrata nelle carceri stesse, è doveroso soprattutto se tale problema è frutto di politiche penitenziarie sbagliate od omissive, è conseguente ai tagli operati sul personale, sugli incentivi al lavoro dei carcerati, alla vanificazione di qualsiasi intento rieducativo, e si capisce che se ho un numero di assistenti sociali che basta per 30-40000 detenuti quando i detenuti divengono 60000 è ovvio che le carenze di organico annullino nei fatti ogni tentativo di rieducazione e risocializzazione.

La soluzione del problema nei confronti dei carcerati, stando così le cose, è per forza rimetterli in libertà, del resto ognuno si accorge che una pena di 10 anni se scontata in un carcere “normale” è una punizione di un certo tipo quando viene scontata in un carcere sporco e sovraffollato è un’altra cosa; insomma se aumento l’intensità della pena è quasi naturale che ne possa diminuire la durata, è come in caso di mutuo: se devo pagare 100 posso farlo pagando 10 ogni anno per 10 anni, ma se inizio a pagare 15 è iniquo  che la durata sia sempre 10 anni invece di diminuire, mi sbaglio?

Se la libertà è la soluzione migliore e quasi logica per i carcerati si può dire che lo sia pure per la società?

Ovviamente sì, e lo dimostrerò o meglio saranno i numeri e i crudi fatti a dimostrarlo.

Chi è contrario alla clemenza si basa su considerazioni da moralista, da buio medioevo, si basa su considerazioni che in definitiva non sono liberali.

Potrei citare Kant, ma molti si lamenteranno già del numero di parole che ho usato.

Il modo di ragionare di certe persone non è molto dissimile in buona sostanza dall’occhio per occhio dente per dente, è un modo primitivo e barbaro di pensare, non nego che ai suoi tempi il concetto fu davvero innovativo e un progresso fra i maggiori dell’umanità, ma vantarsi di ragionare come si faceva 3 o 4000 anni or sono devo dire che non mi pare una grande conquista, se loro potevano andar fieri della loro legge del taglione certo non possiamo andarne fieri oggi.

Questo però è ragionamento di pura ragione e gli uomini poche volte si fanno convincere da quello che è ragionevole se non ne traggono qualche utilità.

Allora cercherò di dimostrare questa utilità, di dare a questa orda barbarica la soddisfazione alla propria avidità, elargire il tornaconto ad ognuno alla faccia di abili comunicatori senza messaggio come Grillo, Di Pietro, Castelli e Calderoli.

Qua entra in gioco la scienza, che porta al mio discorso di pura ragione elementi incontrovertibili, che dimostra nei fatti, non nelle parole (quelle le metto io), come la società abbia tratto immensi benefici dall’indulto.

 

Leggetevi questo:

 

 

 

  Numero di dimessi Numero di rientrati  
 Beneficiari provenienti dal carcere 27.965 8.477 30,31%
Campione di beneficiari provenienti dalla misura alternativa[1] 7.829 1.705 21,78%
Totale 35.794 10.182 28,45%

 

 

La tabella mostra, e dimostra, come meno del 30% degli indultati siano tornati in carcere e questo dopo 35 mesi dal provvedimento di clemenza.

Dopo tre anni solo il 30% è rientrato in carcere.

Per alcuni la cosa non dimostra nulla, se non che molti son tornati a delinquere e in questo non si trova alcun beneficio per la società.

Fosse così non lo vedrei nemmeno io.

Qualcuno penserà che mi sia sbagliato o che abbia preso un abbaglio.

La realtà è invece molto semplice: i non indultati negli ultimi 10 anni hanno commesso nuovamente reati con un tasso di oltre il 60%, in particolare, negli ultimi anni ha sfiorato il 70% (68%).

Passare da una recidiva del 68% a una di meno del 30%, e non è un caso dato che sono stati liberati circa la metà dei detenuti quindi non si parla di un campione piccolo ma di un effetto generalizzato dei provvedimenti di clemenza, vuol dire ridurre la recidiva del 56%, vuol dire aver conseguito dei risultati utili di riduzione del crimine e avvicinarsi al risultato di rieducazione  che il carcere, secondo la Costituzione e più ancora secondo retta ragione dovrebbe avere.

 

Nei fatti dal 2005 al 2006 i crimini, nel loro complesso, sono aumentati dello 0,2% mentre l’allarme sociale cresceva esponenzialmente, si è inventato una situazione per cui a fronte di una stazionarietà dei fatti criminosi la gente si sentiva più in pericolo, si è alterata la percezione sociale del crimine ma non voglio certo interrogarmi sul perché di questa campagna mediatica da carcerieri non voglio insinuare che ci sia stato lo zampino di una democrazia malata, mi chiedo semplicemente: avevamo forse paura che il boia restasse disoccupato?




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